N on ho mai pensato di scrivere cose riguardanti il mio servizio
militare, ma oggi, in seguito a richiesta affettuosa fattami da mio nipote
Mario, nonostante che il mio modestissimo grado di cultura non mi consente
facilmente di scrivere, cerco di fare del mio meglio per non lasciarlo deluso.
Quando la classe del 1912, cioè la
mia classe, venne chiamata a compiere il servizio militare di leva rimasi molto
amareggiato. Rimasi amareggiato perché pensavo di dovermi allontanare dalla
famiglia, dai parenti, dagli amici e del mio paese nativo che amavo moltissimo.
Pensavo anche di lasciare il lavoro che al mio ritorno non ero
sicuro di ritrovarlo. In quel periodo lavoravo in qualità di fabbro alle
dipendenze della Compagnia Generale di Zara per lavori e servizi pubblici la
quale avevo ricevuto in appalto la costruzione della
strada ferrata che partendo da Stazione Motta passava per Paternò e proseguiva
per Recalbuto. Ma dopo alcuni giorni di riflessioni ritessi di servire la
Patria , di conoscere altra gente , di praticare una
città diversa. Il giorno 3 del mese di marzo 1935 venni
chiamato dal Distretto Militare di Catania il quale ebbe ad assegnarmi nella 5°
Compagnia del 9°Regg. 5° Bersaglieri con sede a Zara Assieme ad reclute giunsi la località stabilità la sera del giorno
6. Il giorno appresso si consumò il primo durante il quale udì lo squillo di un incudine. Attratto da quello squillo ad esso mi affermai. Era un caporal maggiore di cavalleria,
maniscalco del presidio di Zara il quale con l’aiuto
di un bersagliere costruiva ferri da cavallo. Si chiamava Bondi Remoti. Con una
certa timidezza, era il primo giorno di servizio militare. Mi avvicinai e lo
misi in convalescenza che anche io quando ero a casa facevo quel mestiere. Quindi si è congratulato e mi promise che non appena sarebbe
andato in congedo l’anziano mi avrebbe richiesto come suo allievo. La promessa
mi fu di grande conforto e subito dopo la comunicai a
mio padre. Per circa 6 mesi partecipai in tutte le istruzioni dei bersaglieri,
vinsi diverse gare di tiro, ebbi diverse nomine ma portai quella di Tiratore
scelto col fucile. Nelle ore di riposo collaboravo con il maniscalco. Verso la
fine di settembre la classe dei bersaglieri anziani
veniva collocata in congedo. Il maniscalco mantenne la promessa e così a sua
richiesta, divenni allievo maniscalco.
Da quel momento fui dispensato da tutti i servizi di
compagnia. Mi venne concessa anche la libera uscita
giornaliera. La mia vita militare era cambiata; il maniscalco titolare mi volle
sempre più bene. Ogni qualvolta si ferrava un cavallo di cittadini borghesi, il
cui prezzo era di 20£, mi faceva un regalo di 5£, non
ebbi bisogno soldi mandati da casa e questo mi rendeva felice di esercitare il
mio mestiere.
Purtroppo, dopo alcuni mesi, dal deposito del reggimento con
sede in Semigallia, venne richiesto un fabbro. Il
comando del reggimento esaminando i registri trovò il
mio nominativo e senza esitare ordino il mio trasferimento. Nulla è stata la protesta del maniscalco e del veterinario, a nulla è
valsa l’interessamento del mio capitano per ottenere la revoca. L’ordine di
servizio era stato firmato e si doveva eseguire. Lo stesso giorno dovetti
imbarcarmi per raggiungere la Semigallia. Gli amici vicini superiori mi
promisero che avrebbero fatto tutto il possibile per farmi ritornare. Le
lettere che loro mi scrivevano quando ero a Semigallia erano molto
incoraggianti ma quando erano trascorsi una quindicina di giorni senza avere
l’esito desiderato, pensai di scavalcare ogni via
gerarchica e mi rivolsi direttamente al colonnello Giovanni Mesu comandante del
9° reggimento bersaglieri.
Dopo alcuni giorni era apparso sulla bacheca un ordine del
giorno, proveniente da Zara che imporsi a memoria, ricordo
perfettamente e che ora trascrivo. “Domani, 7 corrente,
col piroscafo dalle ore 22 partirà il bersagliere in oggetto per essere preso
in forza al proposito restituendo in qualità di fabbro il bersagliere Di
Stefano Mario avendo inoltrato domanda in questo comando di Zara per
trasferimento.
Ho appreso con tanto piacere le parole di vero spirito
bersaglieresco, degne di encomioma gli ho inflitto
cinque giorni di consegna per avere inviata la domanda diretta al comando.
Firmato Il Colonnello Comandante Giovanni Mesu”
Giusto a Zara alcuni bersaglieri aspettavano allo sbarco
della nave “Stamuza” a vederli mi venne
una grande gioia e pensare di ritornare nella mia
compagnia. Il giorno appresso il capitano Melillo, comandante della compagnia,
riunì la compagnia e ringraziò i bersaglieri per l’affetto dimostrato nei suoi
confronti citando il caso particolare di un bersagliere il quale dopo essere
stato trasferito, ha fatto domanda per ritornarvi, il tenente colonnello
Matteucci comandante del battaglione mi invitò al
comando mentre il colonnello Giovanni Mesu mi volle al comando del reggimento
per conoscermi personalmente. Entrambi si sono
congratulati, mi hanno stretto affettuosamente la mano e mi hanno augurato
“buona fortuna”.
Ripresi la mia carica di allievo
maniscalco chiesi e ottenni di frequentare il corso militare di Mascalcia
presso la scuola d’applicazione di cavalleria. Per la prima volta nella storia
di questa scuola si era vista la presenza di un bersagliere. I bersaglieri
erano ciclisti. Alcuni colleghi mi dicevano scherzosamente: bersagliere
sei venuto per ferrare le biciclette. Ed io
rispondevo: questo si vedrà.
Dopo alcuni giorni di teoria si passò alla pratica. Il primo
lavoro che ci venne ordinato fu la costruzione del
ferro normale del cavallo. A lavoro ultimato ognuno di noi presentava il
proprio lavoro al maresciallo, istruttore del corso, il quale esprimeva il
proprio giudizio. Quando giunse il mio turno il maresciallo istruttore
manifestò una certa sorpresa. Poi prese per mano uno dei ferri, ed esponendoli
ai 108 allievi marescialli, disse testualmente: ecco i ferri fatti dal
bersagliere, mi disse bravo, mi strinse la mano. Erano
ferri costruiti con tutta la perfezione.
Superato il corso militare di mascalcia che durò 8 mesi, riportai la nomina a caporale maniscalco di carriera.
Mandato in Africa Orientale 26/06/1935, venni
assegnato al 6° gruppo di bersaglieri dove rimasi per circa 8 mesi. Scioltosi
il gruppo venni collocato in un centro di Raccolta e
Rifornimento composto da tre maniscalchi e 4 veterinari. In quel frattempo venne richiesto un maniscalco da parte di un gruppo
Squadroni Di cavalleria coloniale di nuova formazione comandato dal maggior
Morigi In seguito a tale richiesta, il maggior Bellini, comandante del nostro
centro, interpello noi maniscalchi dicendoci se qualcuno ci volesse andare.
Trattandosi di cavalleria io risposi: ci vado io. La mia decisione venne sconsigliata da un mio carissimo amico e collega di
nome Oliveti.
Egli mi fece capire che Morigi è un
uomo che grida, e quindi un uomo molto rigoroso. Ci pensai e ripensai, poi
decisi: ci voglio andare, la gente rigorosa non mi ha mai fatto paura.
Con una lettera da parte della direzione mi presentai al
gruppo squadroni dove venni annunciato al comandante
Morigi. Egli la prima cosa che volle sapere
fu il mestiere praticato quand’ero a casa, ed io risposi: il maniscalco;
aggiungo anche che quand’ero ho fatto il corso di militare di mascalcia presso
la scuola D’applicazione di cavalleria di Pinerolo, l’ho vinto e sono stato
nominato maniscalco di cavalleria. Lui si è congratulato, poi aggiunse, da dove
vieni? Io risposi: da Catania. Quindi sei siciliano!
Bada che io conosco bene i siciliani siete ragazzi lavoratori, svelti e
intelligenti, in somma avete dei grandi pregi ma oltre ai pregi avete anche dei
gran difetti. Io spero che tu sarai uno di quelli che ha
i pregi e non i difetti che con me ti troverai bene,bene,bene. Il giorno
appresso inizia il mio lavoro, egli mi controllava, poi mi prese
a cuore e divenni uno dei suoi militari preferiti.Quando ferravo il suo cavallo mi faceva un regalo di 20£ mentre l’indennità di
ferrare quel cavallo mi veniva corrisposta dallo stato. Un regalo di 20£ era
qualcosa se si considera che la paga giornaliera del soldato era di 5£.
In oltre vorrei aggiungere che io mangiavo quasi sempre alla mensa con gli ufficiali e lui, Morigi,
quasi sempre raccomandava: pensate per il maniscalco, e l’unico che lavora. Non
pagai mai neanche 1£.
Quando nel 1937 presentai domanda di rafferma, la medesima venne trasmessa al superiore ministero corredato dal
seguente rapporto informativo che ricordo perfettamente: ho alle mie dipendenze
il caporale maniscalco Di Stefano Mario che nell’ottobre del ’36 fu graduato
molto serio, volenteroso ed appassionato al suo mestiere. Ha grande
cura dei cavalli. Nelle operazioni di pulizia coloniale cui il suo gruppo ha
partecipato, ha messo in risalto le sue ottime doti di maniscalco mantenendo
sempre in efficienza i cavalli dello squadrone anche in località dove ogni
risorsa era impossibile. Ha dato anche prova di essere
buono combattente, a questo punto ho avuto ragione di credere che l’amico e
collega Oliveri, che mi aveva sconsigliato di andare nel gruppo comandato dal
maggiore Morigi, si era totalmente sbagliato.
Ed ora saltiamo pagina e passiamo ai
rischi. In tempo di guerra la vita del soldato è sempre a rischio. Io, i rischi
li affrontai anche quando potevo evitarli. Il 26 novembre 1936 eravamo in marcia in una località denominata Zirlerò. Il
grosso del gruppo era già passato mentre io marciavo in coda con le salmerie.
Ad un certo momento venni a sapere che sulla nostra sinistra, a circa 300
metri, scorreva un torrente di acqua molto buona.
Dopo avermi lavato le mani, la faccia e riempita la
borraccia, mi accorsi che dall’altra parte del torrente ,
a circa 200 metri, emergevano dei cespugli i corpi di quattro persone
distanziate da tre o quattro metri l’una dall’altra. Capì perfettamente che si
trattava di gente della guerriglia e senza esitare poggiai il piede nella
staffa per mettermi in sella. A questo punto una raffica di proiettili sfiorarono il mio corpo. Avevo un abissino e a tutto galoppo
cercai di raggiungere il gruppo mentre le pallottole fischiavano sempre più
numerose. Quando giunsi a una settantina di metri
dalle salmerie, un negro, nostro graduato, mi venne all’incontro dicendo: Sig.
Caporal maggiore, Sig. Caporal maggiore, Cristo, salvato per lei. Tutti
sparavano contro lei. Inoltre dalla parte opposta, un
gruppo di guerrieri attaccava il nostro gruppo il quale rispondeva lanciandosi alla
carica. Io divenni estremamente nervoso e senza
esitare, in compagnia di una quindicina di oscuri della salmeria che, a piedi,
mi seguirono spontaneamente, mi avviai per raggiungere il gruppo. Prima che lo
raggiungemmo fummo attaccati dalla guerriglia la quale cercava di prendere alle
spalle i nostri cavalieri. Avvenne una violenta battaglia, sia a piedi che a
cavallo, a termine della quale i guerrieri venivano
dispersi lasciando sul terreno diverse decine di morti. Anche
noi abbiamo avuto le nostre perdite. Nella battaglia medesima è caduto il trombettiere del gruppo mentre si accingeva a
suonare lo squillo della carica lasciando così la sua tromba anch’essa
crivellata dalle pallottole. Da qui è nata una medaglia raffigurante da un lato
la tromba con la scritta: a Zinzerò suonò l’ultimo suo squillo e fu di carica,
mentre dall’altro lato la testa del cavallo col nome e cognome del cap. magg.
Di Stefano Mario.
Dopo un paio di giorni riprendemmo
la nostra marcia, i nostri spostamenti, cosa che avveniva quasi tutti i giorni.
Quando, non ricordo la data, avvenne l’attentato contro la persona del
maresciallo Graziani mi trovavo ad Addis Abeba, ma non
presente all’accaduto. Udivo la sparatoria durante la quale i nostri soldati
tripolini scatenarono il loro odio contro gli abissini uccidendo persone anche molto lontani dal luogo dell’attentato.
Dopo alcuni giorni di permanenza ad
Addis Abeba, il mio gruppo assieme con altri reparti ricevettero l’ordine di
raggiungere la cittadella di Ficcò nella quale, al comando dei fratelli Cassa,
figli di Trossi Cassa, si erano concentrati gruppi di ribelli. Partiti da posti
appositi convergemmo verso Ficcò ma senza incontrare
resistenza alcuna. Rossi Ailù che si era in precedenza sottomesso e che, con i
suoi uomini combatteva in nostro favore, aveva persuaso i fratelli Cassa a seguire il suo comportamento, cosa che avvenne.
Purtroppo, una volta presi, per ordine di Graziani,
vice Re d’Italia, vennero uccisi ugualmente.
Da qui ci spostammo in una località denominata Guerzion Morim.
Era una zona attraversata da un immensa vallata ricca
di boschi e abitata da bestie di tutte le specie, anche feroci, dentro la quale
scorreva il fiume Nilo.
Nella mattinata del giorno 28 marzo 1938, ci spostammo per
raggiungere l’altra sponda della vallata. Attraversammo il Nilo sopra di un
ponte approntati con delle barche di legno.
Giunti nella località prestabilita trovammo
molti piccoli reparti. Una cassetta per la posta era affissa ad un albero. Ne approfittai per impostare una lettera scritta il giorno
prima con la quale comunicavo a mio padre che tra poco sarei andato in licenza
per tre mesi. Non ci eravamo accampati ancora quando
al mio gruppo giunge l’ordine di raggiungere la brigata Lorenzini che stava per
essere circondata. Il gruppo è partito immediatamente mentre io rimanevo con le
salmerie. Da bianco fra i neri, da italiano fra gli abissini non seppi
rassegnarmi a rimanere imboscato, non seppi rassegnarmi a rimanere lontano del
mio gruppo in momenti di alto rischio. Da solo, col
mio cavallo mi avviai all’inseguimento del gruppo che raggiunsi dopo altri due
chilometri di galoppo . Al mio arrivo, il colonnello
Morigi manifestò la sua gioia, poi mi disse: mettiti accanto a me e subito dopo
ordino la carica.
Il governante al petto disubbidi
Morigi che ordinò il mio ritiro continuando così a dare la mia parte di
contributo sino al conseguimento della vittoria finale. E’ stata una battaglia
molto aspra, una battaglia che rimarra nella storia delle grandi battaglie. Le
nostre perdite furono di 32 uomini e di 44 cavalli mentre dalla parte avversa vennero contati 275 morti sul terreno.
Da ferito trascorsi la prima notte
nell’ospedale da Campo della brigara Lorenzini, poi, il giorno appresso,
insieme con altri feriti proseguimmo per Addis Abebu. Giunto nell’ospedale
militare di Addis Abebu trovai il conforto particolare
di una sorella di crocerossa. Era una ragazza molto bella, si chiamava Rita
Luaglia ed era di Milano.
Durante il mio ricovero venne a visitare l’ospedale S.A.R.
la duchessa d’Aosta la quale giunta accanto del mio
letto mi disse far l’altro: ma come mai ,eri maniscalco, quale carica speciale,
vi siete trovato coinvolto nella carica? Io risposi: quando la cavalleria va
alla carica non ci sono cariche speciali. Le mie parole vennero
riportate sui vari giornali mentre, in seguito nel libro intitolato “Il cavallo
Italiano” 1938, avevano dedicato le pagine 213-14 e 15 alla carica di monte
Zigh mettendo in particolare risalto il nome del caporal Maggiore Mario
Distefano al quale era stata concessa la medaglia d’argento all’onore militare
sul Campo terzo la fine del mese di aprile, la sorella Rita mi mise a
conoscenza che la crocerossa dell’africa era stata smobilitata e che tutte le
crocerossine sarebbero rimpatriate il giorno uno di maggio. Le mie condizioni
di salute non erano tali da consentirmi di affrontare un così lungho viaggio ma
non sappi rassegnarmi a rimanere senza di
quell’affetto. Successivamente non mi venne segnata
più febbre motivo per cui ebbi ragione di chiedere e di ottenere il rimpatrio.
Durante il mio viaggio dall’africa all’italia, la cara sorella di crocerossa mi
fu sempre vicina pur non essendo di sua competenza.
Giunto a Napoli, mio fratello, mio padre, mio zio Salvatore
e mia moglie che mi aspettavano, ebbero il piacere di conoscere e ringraziare
la mia benefattrice. Tutti insieme proseguimmo per
l’ospedale militare di Napoli dove la sorella della crocerossa mi raccomando
alle sue colleghe di quell’ospedale. Dimesso dall’ospedale di Napoli e
dall’istituto Rizzoli di Bologna dove in complesso ero rimasto per circa 4
mesi, ritornai a casa. In quel periodo e in altri successivi non venni a
mancarmi mai il conforto e l’assistenza dei miei compagni d’arma: mi scrivevano
tutti, mi spedivano soldi.Su una sua lunga lettera il tenente Gattini mi scriveva fra l’altro: il signor Colonnello mi incarica di
scriverti dicendoti che qual ora avessi bisogno di qualcosa di scrivere che
egli farà il quanto possibile per te fedele compagno a Pinzerò. Il colonnello
Morigi mi ricordò anche che dall’Albania da dove mi ha
scritto e da dove mi mandò i suoi saluti a mezzo del capitano Guarnera
da Catania venuto in licenza.
Mi ricordò anche da Napoli nella sua qualità di Generale
comandante la divisione Folgore. E in fine, ritrovai
Morigi da pensionato a Roma dove mi accolse con l’affetto e la stima di sempre.
Il giorno appresso gli telefonai per dirgli che stavo per ritornare in Sicilia
ed egli rispose che egli avrebbe voluto vedermi fissandomi un appuntamento per
le ore 17 in casa sua.
Si,è vero, Morigi voleva rivedermi,
ma voleva rivedermi anche per farmi un regalo in denaro.
Questo è stato il generale Morigi nei
confronti del suo caporal Maggiore maniscalco, Mario Distefano, questo è
stato il caporal maggiore maniscalco Mario Di Stefano, nei confronti del suo
comandante generale Morigi.
Concludendo, la vita militare che
alcuni in forma spregevole chiamano: “la naia” non è così brutta come si
descrive. Anche in essa si possono far valere le
proprie ragioni, si possono ottenere i sacrosanti diritti, senza distinzione di grado, amicizie
durevoli per tutta la vita.
Motta S.Anastasia 22-8-1997
Mario Di Stefano
La Redazione fa presente che la pubblicazione di queste
pagine è stata possibile grazie a Marco Recupero
che pazientemente ha copiato in manoscritto in formato Word .
E grazie a Padre Carmelo Testa che ha consegnato il manoscritto.
TORNA INDIETRO